Molfetta Mon Amour

Addamiano

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Andrea Cappellano, teorico dell’amore cortese, sosteneva che fonti della passione amorosa fossero la visio dell’oggetto dei propri desideri e quaedam immoderata cogitatio, un pensiero persistente, smodato, inarrestabile. L’innamoramento di Natale Addamiano per Molfetta si traduce, secondo
Giovanni de Gennaro, nell’atto d’“inseguire le luci della sua Puglia” in ogni lembo della nostra penisola e, nei periodi di soggiorno nella cittadina del Nord barese, in un’osservazione rigorosissima e incessante del paesaggio molfettese.

Allo sguardo dell’artista, Molfetta si schiude come sorgente inesauribile d’ispirazione pittorica, da ritrarre sovente en plein air, nelle sue infinite, luminosissime, metamorfosi, per poi magari lasciare decantare le suggestioni in atelier. Il porto, lo scalo, la secca dei pali, più ancora che, come in passato, le case e i tetti del borgo antico, assurgono per Addamiano a tavolozza in continua ridefinizione, diversamente modellata, istante per istante, da un cielo che si erge a protagonista assoluto, dettando i ritmi delle variazioni di luci e stagioni.

Sempre viva appare, in questa felicissima galleria di oli, pastelli e studi, che in alcuni casi serbano il gusto indefinito dell’abbozzo di taccuino, la lezione di Cézanne, quando, nella zona dei Lauves, contemplava con sguardo amorevole giardini, monti e colline, scorgendoli assumere di volta in volta fisionomie differenti al variare dell’atmosfera, per poi registrare le infinite sensazioni cromatiche che l’occhio, nell’incanto non precluso dall’osservazione scientifica, percepiva.

Addamiano indugia su alcuni elementi del paesaggio della cittadina pugliese e lo fa, come suo stile, rifuggendo dal vedutismo di maniera come dall’informale tout court e pennellando una Molfetta ch’è, al contempo, incantevole astrazione, perché dimora dell’anima e topos psichico, e realtà tangibile, nelle sieste barcaiole come nel silenzio immoto dei cantieri di controra.
Non mancano gli studi sul Pulo: i luoghi del carsismo esercitano da sempre un fascino sirenico sul pittore originario di Bitetto e basterà, in tal direzione, rammentare le sue gravine, vera e propria primavera del colore, in cui la Murgia si ridesta in una solarità innamorante, tra versanti punteggiati di gemme d’oro e azzurro. Gli studi sulla dolina molfettese rivelano le pareti verticali della formazione come la sua
vegetazione, che punteggia la scena di impressioni di verde, stagliate sul cielo, in una quiete indefinita che schiude scenari sempre nuovi all’immaginazione.

Quando poi a essere ritratto è il litorale che muove dalla Secca dei Pali a Cala San Giacomo, il segno ne pennella impeccabile la ‘taciturna’ grazia, in una serenità solo minimamente turbata da lieve incresparsi d’onde, mentre all’orizzonte il pelago striato di delicatissimo celeste e un rosa crepuscolare sono inni a un piccolo mondo che l’artista vagheggia quale regno del creativo silenzio, pur cogliendone il lento declino per effetto di una modernità che corrode la bellezza.

Luogo privilegiato della rappresentazione appare, tuttavia, il porto, scandagliato nei più diversi angoli prospettici, effigiato in momenti diversi della giornata, dall’ardore di fiamma, accostato a un silenzio d’attesa nella controra, alle varie luminescenze della sera. Addamiano, da esteta del colore, registra con precisione certosina gli effetti cromatici indotti dalle variazioni orarie, coniugando tale perizia con uno spiccato senso della spazialità, ch’era proprio del miglior Arturo Tosi. Così, in una sensazione serale dopo il tramonto, un’ocra di cielo sembra foriero
della carezza del sole disperso e, in tale atmosfera indefinita, voli di gabbiani, resi con gran senso del dinamismo, attraversano la scena come schizzi di colore a picco sul mare.

Anche il molo antistante la facciata del Duomo, con le sue architetture, è scrutato ripetutamente; la sua essenza è distillata in immagini sempre originali, ad alta caratura emotiva, proprio perché è la polisemia del colore a innescare molteplici sensazioni. Talvolta, l’incanto dell’ora blu inazzurra i campanili, rosando gli edifici circostanti; poi d’un tratto, sono le architetture del centro storico a tingersi del colore divino, che Addamiano è maestro nel graduare, come se, nel declinarsi delle sue infinite variazioni, cogliesse una tangibile e terrena epifania dell’Assoluto.

È allora che specchi di luce sulle acque marine, siano riverberi delle luci artificiali o siano scampoli della lunare maestà, divengono quasi varchi da cui muovere alla ricerca di quella verità che si sustanzia nella magnificenza del creato.

Quando poi prevale il gusto dell’abbozzo, come in una veduta dall’alto di Piazza Vittorio Emanuele, le case sono linee palpitanti di grazia e l’intera composizione,in una perfetta armonia tra compiuto e volutamente negletto, finisce con lo sfavillare di una luminosità, che ci sembra possa accostarsi a quella di alcuni paesaggi di Domenico Cantatore, con un tratto e una felicità, tuttavia, del tutto peculiari, che hanno mellificato la perenne ricerca di accordi cromatici sempre nuovi e la presenza pervasiva del cielo tipiche del Tiepolo.
In altre occasioni sono i colori a suggerire volumetrie, come per la rappresentazione della via San Felice, in un rincorrersi di architetture cromatiche dai contorni labili, quasi metamorfici, e proprio per questo vibranti di segreta vitalità.

Il paesaggio di Molfetta è trasfigurato dalla luce serotina come dalla vampa; la città, che sia immersa nell’ansia di un ‘avvento notturno’, si desti nei “bianchi sogni” dei mattini o sonnecchi nel bacio della canicola, sembra partecipe dell’esistenza sospesa e silente di quelle barche che Addamiano schizza con chiarore innamorato, azzurre nel tratto, perché gravide di memorie marinare e sorelle dell’orizzonte. Non informali né del tutto realistiche, incarnano gli emblemi di un’anima incantata a fior di quell’acqua che l’artista ricerca a valle del Vesuvio come nelle Cinque Terre. Sono le vestali del porto abbacinato da una luce ch’è innegabilmente il nume tutelare cui Addamiano consacra costantemente la sua dolceamara tavolozza.

GIANNI ANTONIO PALUMBO

 

 

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